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Da Gerusalemme a Roma: i viaggi di Paolo

Autore articolo:
di Luigi Walt | 3 aprile 2009

Nei primi capitoli della lettera ai Galati (1,15 – 2,11), Paolo rievoca le principali tappe dei suoi primi quattordici anni di apostolato, fornendo una sorta di scaletta cronologica dei propri spostamenti, dal momento della “conversione”, avvenuta mentre si trovava in viaggio da Gerusalemme a Damasco, fino all’accordo sancito con le “colonne” della chiesa gerosolimitana:

- «E quando piacque a Colui che mi aveva scelto fin dal grembo materno, e mi aveva chiamato per mezzo della sua grazia, di rivelare il Figlio suo in me, affinché ne annunciassi la buona novella alle Genti, non mi volli consultare subito con carne e sangue, né volli salire a Gerusalemme, da quelli che erano apostoli prima di me, ma mi recai in Arabia e di nuovo raggiunsi Damasco» (1,15-17): per “Arabia”, Paolo intende probabilmente la regione di Damasco, o la Nabatea più a sud, la zona di Pella e di Gerasa. Di un ritorno a Damasco, dove l’apostolo sarebbe stato battezzato dal pio Anania (At 9,10-19), si parla anche in un altro passaggio autobiografico dell’epistolario (2Cor 11,32-33): stando ad esso, Paolo vi sarebbe rimasto fino a quando, probabilmente a causa di un’opposizione interna alle comunità ebraiche, venne costretto a fuggire di notte, calato avventurosamente all’interno di una cesta, lungo le mura della città (At 9,20-25): quest’ultima circostanza si sarebbe verificata sotto la reggenza di Areta re dei Nabatei (†39), come espressamente rievocato dall’apostolo.

- «In seguito (hépeita), dopo tre anni, salii a Gerusalemme per consultare (historēsai) Cefa, e mi trattenni presso di lui quindici giorni. Degli apostoli non vidi altri, ma soltanto Giacomo, il fratello del Signore [allora capo della comunità di Gerusalemme]» (Gal 1,18-19): i tre anni vengono conteggiati o dal suo ritorno a Damasco dopo il soggiorno in Arabia, oppure, più correttamente, dal momento del suo incontro col Cristo; è significativa la menzione di Simon Pietro col suo soprannome aramaico Kepha.

- «In seguito (hépeita) mi recai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Personalmente (tô-i prosôpô-i) ero sconosciuto dalle chiese della Giudea» (Gal 1,21-22): ciò conferma che il suo colloquio con Cefa/Pietro ebbe lo scopo primario di ottenere una sorta di riconoscimento ufficiale; il verbo historēsai, utilizzato al v. 18, allude del resto a molto più che a una semplice conversazione [1].

- «Quindi, dopo quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, dopo aver preso con me anche Tito (…). E conosciuta la grazia che mi era stata data, Giacomo e Cefa e Giovanni, che erano considerati le “colonne”, diedero la destra a me e a Barnaba, in segno di unione: noi avremmo dovuto annunciare il Vangelo presso le Genti, mentre loro presso i circoncisi» (Gal 2,1.9): come puntualmente osservato da Hans D. Betz, il gesto di “dare la destra” implica la subordinazione di Paolo e Barnaba alle “colonne”: chi “dava la destra” si trovava infatti in una posizione superiore, e sanciva con questo gesto il superamento di un conflitto o la soluzione di una difficoltà [2].

***

NOTE

[1] Una battuta fortunatissima tra i commentatori è che «Paolo e Pietro non s’intrattennero di certo a parlare del tempo»: il primo ad usarla pare sia stato Charles H. Dodd, ripreso da William D. Davies, Gerd Lüdemann, Jerome Murphy O’Connor, Bruce Malina e chi più ne ha più ne metta.

[2] Vd. Galatians: A Commentary on Paul’s Letter to the Churches in Galatia, Philadelphia 1979, p. 100. Betz si sofferma in particolare sulla ricorrenza di questa espressione, con significato analogo, nel primo e nel secondo libro dei Maccabei.

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