



Testo tratto da Roland Meynet, Leggere la Bibbia, trad. it. Il Saggiatore, Milano 1996, pp. 77-97. La Redazione di letterepaoline.it si impegna a rimuovere il testo, qualora la sua presenza nel sito non fosse gradita agli aventi diritto.
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“Camminerai sul serpente e il basilisco, schiaccerai il leone e il drago” (Sal 91,13): sentire questo mi orienta verso l’idea di una minaccia, diversa da tutte le sue concretizzazioni, ma da esse inseparabile. L’energia nasce dall’immagine, ma ne deve uscire. È sicuramente per questo che i testi biblici danno tanto da pensare a chi è più esigente, senza mai sostituirsi a lui. Spingono il lettore verso il temibile istante in cui egli dovrà interpretare per conto proprio (P. Beauchamp, Prefazione a R. Meynet, L’analyse rhétorique, Paris 1990, p. 8).
Il Greco dimostra, l’Ebreo mostra. La formula, forzata come ogni formula, vuole sottolineare la differenza fondamentale fra la retorica greco-latina e la retorica biblica. Il Greco vuole convincere imponendo un ragionamento che non si può scansare; l’Ebreo indica il cammino che il lettore può seguire se desidera comprendere. Com-prendere: prendere insieme. L’analisi retorica è un metodo che permette di riconoscere ciò che è stato composto per essere letto insieme. Come una via per l’interpretazione.
1. La paratassi
Questo termine un po’ astruso significa semplicemente che le cose sono poste l’una a fianco dell’altra, senza esplicitarne il rapporto. Tale aspetto prioritario della retorica biblica si manifesta già al livello più elementare della composizione dei testi, cioè quello del segmento bimembro.
Nella maggior parte dei casi i due membri sono collegati da una semplice «e». Questa congiunzione segnala che esiste un rapporto fra i due membri, ma non specifica la natura precisa della relazione logica che li unisce. La «e» dice che i due membri devono essere letti insieme, lasciando al lettore il compito di interpretare. Il libro dei Proverbi trabocca di detti antitetici: le traduzioni rendono la «e» dell’ebraico, che collega i due membri, con un «ma» che ne esplicita l’opposizione. Così in Prv 10,13:
Sulle labbra dell’assennato si trova la sapienza
MA il bastone è per la schiena di chi è privo di senno.
In Prv 26,14 il legame logico è di paragone:
La porta gira sui suoi cardini e il pigro sul suo letto.
Il lettore capisce: «Come la porta gira sui suoi cardini, così il pigro sul suo letto».
In Prv 22,6 il legame è di conseguenza o finalità:
Educa il giovane all’inizio del suo cammino,
neppure da anziano se ne allontanerà.
È di causalità in Prv 14, 7:
Allontanati dalla presenza di un uomo stolto
e (poiché) non ignorerai le labbra sapienti.
Ecco la traduzione letterale di Prv 11,22:
Un anello d’oro al naso di un porco
una donna bella e carente di giudizio.
La Traduzione interconfessionale traduce aggiungendo una parola che esprime il paragone e un’altra che sottolinea l’opposizione:
Una donna bella ma senza cervello
è come un anello d’oro al naso di un maiale.
Leggere insieme i due membri di un proverbio, si è sempre fatto. Al contrario, leggere insieme più proverbi è un’esperienza nuova. I primi cinque proverbi della raccolta che inizia in Prv 10,1 formano una costruzione in cui ognuno di essi si articola sugli altri (la mia traduzione, come quella dei testi seguenti, è molto letterale).
I versetti 1 e 5 contengono ognuno otto termini e sono costruiti parallelamente. L’opposizione tra i due tipi di «figlio» all’inizio dei primi due membri sarà ripresa alla fine degli ultimi due.
I versetti 2 e 4 contengono ognuno sei termini costruiti in modo simile. In entrambi i casi si tratta di ricchezze: «tesori» (2a), «impoverisce» (4a) e «arricchisce» (4c). Queste ricchezze però vengono acquisite in due modi diversi: o rubando (2ab) o lavorando (4). Il secondo membro del versetto 2 non è in contrapposizione diretta con il primo: mostra la vera posta in gioco della scelta dell’uomo, la liberazione dalla morte (2d).
Al centro (3), l’unico versetto con sette termini: il termine supplementare è «il Signore», di cui non si fa menzione altrove nel passo. La sua costruzione assomiglia a quella del versetto successivo. La contrapposizione tra «giusto» e «malvagi» richiama quella del segmento precedente tra «malvagità» e «giustizia».
I versetti 1.3.5 seguono lo stesso ordine (valori positivi e negativi), mentre 2 e 4 seguono l’ordine inverso (negativi e positivi). Ne risulta una concatenazione rigorosa: 1b è negativo come 2ab, 2cd è positivo come 3ab, e così di seguito fino alla fine. Si tratta quindi di un discorso e non di una successione disorganica di proverbi isolati. Discorso di cui ora bisogna tentare di afferrare la logica.
Il primo versetto presenta due tipi di figli, uno «saggio», l’altro «stolto», ma non dice in cosa consistano stoltezza e saggezza. Si conosce soltanto l’effetto che questi due atteggiamenti opposti producono sui genitori. L’ultimo versetto (5) mostra che il figlio «assennato» è quello che lavora, mentre il figlio «sfrontato» è quello pigro; il versetto precedente (4) dice la stessa cosa esprimendo il risultato di questi due comportamenti: la pigrizia «impoverisce» (4a), mentre la diligenza «arricchisce» (4d).
Non è probabilmente fuori luogo chiedersi per quale motivo la saggezza diligente del figlio «rende lieto un padre» e la sua pigrizia è «l’afflizione di sua madre». Si può certamente comprendere nel senso che il figlio pigro, divenuto povero, si ritrova nell’incapacità di provvedere alle necessità dei genitori anziani; questo sarebbe il primo motivo del loro dolore e della loro vergogna. Al contrario, il figlio diligente, la cui saggezza gli permette non solo di mantenere la moglie e i figli ma anche i vecchi genitori, è per loro fonte di orgoglio: la riuscita del figlio si riflette su coloro che hanno saputo educarlo.
Se secondo i due ultimi versetti il figlio malvagio è colui che si impoverisce a causa della sua pigrizia, il primo membro del versetto 2 aggiunge che è anche colui che si procura ricchezze con metodi disonesti (di solito a ragion veduta si traduce «tesori di malvagità» con «tesori mal guadagnati»); di fatto, non sono altro che due modi di arricchirsi, con il lavoro o con il furto. Il secondo membro del versetto 2 sembra andare oltre rispetto al primo membro del versetto 4: se la pigrizia produce povertà, l’ingiustizia del furto conduce alla «morte». Infine, il versetto centrale, l’unico che fa intervenire «il Signore», dà la chiave ultima di lettura: nella scia del versetto precedente, di cui oltre a «giusto» e «malvagi» riprende i termini «malvagità» e «giustizia» (così come la negazione, all’inizio dei segmenti), lascia intendere che la «morte» di cui si è appena parlato (2d) è un castigo divino. Al contrario, Dio, riempiendo la gola del giusto, gli da la vita. Così, al centro, «il Signore» è presentato come giudice fra il saggio e lo stolto, ma anche come padre di colui che nutre; ciò rimanda ai versetti estremi (1 e 5) dove si trovano «padre» e «madre» (al versetto 5 sottintesi dalla doppia opposizione del termine «figlio»).
Per molto tempo si è pensato che fra i proverbi non ci fosse un legame: «eccetto i primi nove capitoli [...] l’assenza di connessione fra tutte queste sentenze che sembrano essersi unite per caso in questo “ripostiglio” che è il libro dei Proverbi, stanca e infastidisce anche il lettore più bendisposto» (Osty). Oggi si moltiplicano gli studi che dimostrano che queste piccole unità non sono soltanto poste le une accanto alle altre, ma sono com-poste, formando architetture fortemente articolate. Dalla considerazione delle piccole forme separate le une dalle altre, si passa allo studio della loro articolazione; dalla parafassi si arriva a scoprire le leggi della sintassi biblica.
L’analisi retorica non nega che ogni proverbio abbia potuto avere un’esistenza isolata, che sia nato in un ambiente sociale determinato; anche se, nel caso di un proverbio, questo ambiente sociale è difficilmente individuabile. Ricerca piuttosto ciò che l’autore della raccolta ne ha fatto, quali insiemi ha costruito e qual è il senso di queste composizioni. Un po’ come colui che, visitando la chiesa dell’Ara Coeli a Roma, non si accontenta solo di notare che le colonne, le basi e i capitelli sono reimpieghi delle costruzioni dell’antica Roma, ma contempla soprattutto l’ammirabile architettura della chiesa del secolo XIII.