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Le radici farisaiche di Paolo

Autore articolo:
di Luigi Walt | 4 marzo 2009

I.

Rabbi Gamaliel, colui che secondo la testimonianza degli Atti (22,3) sarebbe stato il maestro di Paolo, viene indicato dalle fonti rabbiniche come un discendente o un discepolo strettissimo di Hillel, cioè del caposcuola di una delle due “Case” (l’altra essendo quella del “rivale” Shammaj) che si sarebbero contese il controllo del movimento farisaico tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi dell’era cristiana.

I vangeli – come in generale il resto della letteratura protocristiana, ma anche lo stesso storiografo ebreo Giuseppe Flavio – ignorano i nomi di queste due prestigiose figure: in essi, tuttavia, troviamo una traccia cospicua delle discussioni che avrebbero animato le loro due “Case” all’epoca di Gesù, in merito all’osservanza del sabato, alle norme di purità e alla loro eventuale subordinazione a regole di carattere etico, al divorzio, alle modalità di relazione con gli esterni ad Israele, al prelevamento delle decime, al digiuno, al rapporto con le autorità romane.

L’approccio farisaico a questioni di carattere dottrinale, come la resurrezione dei morti o l’arrivo del messia, ci è stato tramandato più dalle fonti protocristiane che dalla tradizione rabbinica: del resto, se per una ricostruzione del giudaismo palestinese del I secolo ci dovessimo basare unicamente su questa, sapremmo ben poco sia dell’attesa messianica, sia delle convinzioni di altri gruppi all’infuori dei farisei.

Hillel e Shammaj furono attivi al tempo dell’idumeo Erode (34-4 a.C.): il Gamaliel che gli Atti indicano come maestro di Paolo, pertanto, può ben essere la stessa persona che le fonti rabbiniche indicano come “figlio” di Hillel. I tempi coincidono, ipotizzando Paolo giovinetto a Gerusalemme tra gli anni venti e trenta del I secolo. Rabbi Hillel [1], secondo le fonti, sarebbe giunto da Babilonia a Gerusalemme, e ivi sarebbe morto alla ragguardevole età di centoventi anni (la stessa di Mosè).

I movimenti degli Ebrei della diaspora verso Gerusalemme sono stati discussi dalla documentata indagine di Joachim Jeremias su Gerusalemme al tempo di Gesù [2]. Giudei provenienti dalla Cilicia, come il nostro Paolo, sono menzionati sempre dagli Atti, insieme ad altri gruppi dotati di una propria sinagoga: «…si levarono alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei e degli Alessandrini, e di quelli di Cilicia e d’Asia, e si misero a disputare con Stefano» (At 6,9). Accanto a questi “Liberti” originari di Cirene (Africa) e di Alessandria (Egitto), e forse discendenti dei Giudei condotti a Roma come prigionieri da Pompeo (nel 63 a.C.) e in seguito affrancati, figurano dunque Giudei della Cilicia e della provincia romana dell’Asia Proconsolare: saranno questi ultimi a provocare l’arresto di Paolo a Gerusalemme, molti anni dopo (cf. At 22,27; 24,19).

Secondo Jeremias, tutti costoro si radunavano in una sinagoga comune, indicata dalla letteratura talmudica sia col nome di “sinagoga degli Alessandrini” sia col nome di “sinagoga dei Tarsioti”. È quindi significativo che, se di Hillel si tramandò la notizia di una discendenza davidica, del suo parente Gamaliel si sia detto che appartenesse alla tribù di Beniamino. L’apostolo scrisse infatti ai Romani: «Io stesso sono un israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino» (Rm 11,1). L’affermazione, coniugata al presente, è di notevole importanza, anche se non è del tutto chiaro cosa potesse sottintendere Paolo con questa orgogliosa rivendicazione: probabilmente, dal contesto della lettera, era un modo per fugare ogni dubbio sulla propria ebraicità, esibendo il sigillo di un’innegabile limpieza de sangre. Nel territorio di Beniamino erano localizzati il Tempio e Gerusalemme, e al momento della separazione dei due regni di Giuda e Israele (931 a.C.) le tribù di Giuda e Beniamino furono le uniche a rimanere fedeli alla casata di Davide. Che Paolo, quindi, abbia usato il suo titolo di vanto in un modo per così dire “strategico” – soprattutto nelle lettera ai Filippesi, laddove poco dopo afferma che «ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura (skýbala, lat. stercora) al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8) – è davvero evidente.

La sostanziale veridicità di questi dati – il discepolato di Paolo ai piedi di Gamaliel e la sua appartenenza alla stirpe di Beniamino – risulta indubitabile per Jacob Taubes, il quale giustamente ribadisce l’impossibilità di comprendere Paolo senza metterlo in dialogo con il proprio passato di fariseo:

«…Egli ha senza dubbio un passato farisaico leggermente diverso da quello solito. So che sono in molti a negarlo; [secondo costoro] tutto ciò che sta scritto negli Atti degli Apostoli deve essere necessariamente errato… Personalmente, la cosa non mi convince per motivi molto semplici. Chi, venti o trent’anni dopo Paolo, scrive che egli si era seduto ai piedi di Gamaliele quando c’erano persone che ancora lo conoscevano, sa bene di non potersi permettere affermazioni di cui poi non può rendersi garante. Sono più propenso a credere ai testi coevi che agli ipercritici allievi di Bultmann, in particolare a quelli della seconda generazione. Gli Atti degli Apostoli sono senza dubbio un’apologia, però costruita con elementi di realtà! Con le menzogne non si fanno apologie. Non si dice forse che le bugie hanno le gambe corte? Perciò un’apologia la si fa con scenari veri» [3].

***

NOTE

[1] Su Hillel, vd. fra gli altri J. Charlesworth – L. L. Johns, Hillel and Jesus. Comparative Studies of Two Major Religious Leaders, Minneapolis 1997.

[2] La terza edizione tedesca dell’opera, rivista completamente dall’autore, è apparsa nel 1966.

[3] J. Taubes, La teologia politica di San Paolo, trad. it. Milano 1997, p. 56.

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